Quel che resta del Nuovo… fino a che il cuore non batterà più

16 Mar

Non è mia abitudine usare questa seguitissima vetrina che è diventata il blog http://www.senzaschemi.wordpress.com per porre pubblicamente e deliberatamente giudizi sommari sulle situazioni altrui. Ma per quello che sta accadendo al Nuovo Corriere di Firenze e Nuovo Corriere Aretino, ultimi baluardi di un gruppo che fino a pochi mesi si faceva rispettare anche nelle edizioni di Lucca, Versilia e Prato, dovrò fare un’eccezione. Per due motivi, uno affettivo, l’altro sociale. Sotto il primo aspetto, avrei tanto da dire, avendo lavorato per due anni come dipendente (e altrettanti come collaboratore) nella redazione del Nuovo Corriere di Lucca. Ma cercherò di non essere prolisso, e soprattutto di far prevalere la ragione rispetto al cuore, anche se spesso entrambi vanno a braccetto, e scinderli, per uno passionale come me, è davvero difficile. Partiamo dall’antefatto. Il 30 ottobre del 2011 è stato il mio ultimo giorno di lavoro nella redazione di Via Cavalletti a S. Anna. Scadenza del termine del contratto di lavoro, come freddamente riportano le norme in questione. Incapace come sono di serbare rancore, ma incapace di dimenticare, me ne ero fatto una ragione, sperando che quel segnale volesse in qualche modo significare la sopravvivenza di quella testata che dall’avvento di Enrico Pace come caposervizio ha avuto, pur nella piccolezza dei numeri rispetto ai due storici colossi dell’informazione locale, il suo ruolo e il suo spazio, cresciuto negli anni. Quella famiglia, perchè tale era davvero, produceva tanto (più di quello per cui i membri erano pagati) e soprattutto si caratterizzava per tre importanti pilastri di questo mestiere: dignità, imparzialità, correttezza. Un gruppo unito dentro e fuori, disposto anche a sacrificare affetti, mogli e figlie pur di realizzare un prodotto credibile ed inseguire un sogno chiamato “meritocrazia”. L’inserto sportivo e il Nuovo Settimanale della Mediavalle e Garfagnana sono stati l’orgoglio di una redazione, e anche il quotidiano iniziava ad ingranare per la qualità e la varietà delle notizie. D’un tratto, l’incantesimo si è rotto, Enrico è andato via, e sono arrivati i commissari liquidatori. Perchè altro non si potrebbe definirli, anche se poi di fatto, se non altro, i liquidatori agiscono nell’interesse dell’azienda. Invece, è andata molto diversamente: altro che sopravvivenza, è sembrato piuttosto un omicidio premeditato con un avvelenamento a piccole dosi giornaliere che ha fatto saltare un sistema dagli equilibri delicati. E così, il 5 dicembre è arrivato l’ordine perentorio di chiusura immediata durante una drammatica riunione. E il Nuovo Corriere di Lucca diventò un ricordo da raccontare alla mia principessa quando inizierà a chiedermi del mio passato. Neanche la dignità di morire con un’ultima edizione solenne, un ultimo editoriale, un’ultima speranza anche se bugiarda da dare in pasto ai lettori, pochi o tanti che fossero. Sarebbe bastato aspettare pochi giorni, tempo di arrivare e salutare tutti in maniera corretta e trasparenti. Tutti quei lettori rimasti perchè, a dire il vero, la metà di quelli conquistati col sudore durante l’era Pace si sono persi col passare delle settimane. Visti i noti problemi finanziari dell’Editoriale 2000 (bilanci in perdita da anni, riduzione delle vendite), l’azienda proprietaria della testata ha iniziato a comportarsi come quei medici alle prese con un paziente pieno di cancrene: esportazione di arti ed organi per evitare l’espandersi del fenomeno, e resistere finchè il cuore batte. E così, pezzo dopo pezzo, nonostante aver sacrificato alcuni pezzi buoni (vedi Lucca) e altri malmessi (leggi Prato e Versilia, quest’ultima da sempre al centro di tutte le attenzioni dei vertici editoriali e pubblicitari e additata come il modello da seguire e promuovere, ma mai di fatto esplosa e poi giunta dall’arrivo del commissario liquidatore a percentuali da 0,…) si è tolto tutto quello che c’era da togliere. Ora sono rimaste Firenze ed Arezzo, poi resteranno metà Firenze e metà Arezzo, visto che degli attuali 18 dipendenti, dei quali 5 poligrafici, ne resteranno a casa per fine contratto o avvio della cassintegrazione, la bellezza di otto. Tagli drastici, ma non c’è fine al peggio. Il tutto, senza avere idea di come svoltare pure senza risorse, senza avere un progetto credibile, senza avere l’orgoglio di ammettere: “Scusate, abbiamo sbagliato”. Hanno tolto gli arti, e altri organi saranno espiantati. Tutto sarà strappato via, ma il cuore no: quello ce l’hanno tolto da un bel pezzo…

Nicola Bellanova

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