E se tornassimo alla lira?

4 Dic

Oggi parliamo di economia. Argomento minato e spinoso, e soprattutto suscettibile di mille interpretazione. Cercherò di parlare chiaro, evitando eccessivi tecnicismi, per capire quali sono gli scenari per il nostro Paese che, si sa, rispecchia l’atteggiamento della Nazionale di calcio: nelle partite che contano, non sbaglia quasi mai. Malgrado le rassicurazioni dei governi della Zona euro, diverse banche, tra cui Merrill Lynch, Barclays Capital e Nomura, hanno pubblicato una serie di rapporti in cui esaminano la possibilità di un crollo della della moneta unica. E’ quanto si legge sul New York Times: “La crisi dell’euro è entrata in una fase ancor più pericolosa e a meno che la Banca centrale europea non subentri per dare una mano dove i politici hanno fatto fiasco, un crollo dell’euro oggi appare più probabile che possibile”. Il quotidiano si dice inoltre sorpreso dal fatto che le banche europee non paiono preoccupate e riporta le parole di un non meglio identificato banchiere francese: “Anche se negli Stati Uniti c’è la chiara percezione che l’Europa sia vicina allo sfascio, crediamo che l’Europa debba rimanere com’è. Nessuno afferma che dobbiamo fare un passo indietro”. Sul quotidiano britannico Financial Times, invece si legge che: “Le case automobilistiche, le grandi società energetiche, le aziende che producono beni di consumo e altre multinazionali stanno facendo il possibile per ridurre al minimo i rischi, collocando riserve di contanti in investimenti sicuri e riducendo le spese non essenziali. Il gruppo Siemens è arrivato ad aprire una propria banca per depositare fondi presso la Banca centrale europea. Diverse società di livello globale affermano che il crollo dell’euro sarebbe grave, ma gestibile. Dirigenti francesi, italiani e spagnoli confermano di avere pronti piani per affrontare turbolenze finanziarie ed economiche gravi, ma non specificamente il crollo dell’euro. Il rischio, secondo loro, è che la stabilità della regione potrebbe essere ulteriormente scossa se si sapesse che le grandi aziende si stanno preparando al peggio. Il quotidiano francese Les Echos rileva come da mesi Icap, società di broker britannica, stia sperimentando in via riservata il ritorno della dracma greca sulla sua piattaforma elettronica Ebs, la più grande interbanca per il cambio delle valute”.

MA SE TORNASSIMO ALLA VECCHIA, CARA LIRA?

Qualcuno, come visto sopra, si sta preparando per ogni evenienza. Ma, qualora l’eurozona dovesse dichiarare default, quali sarebbero le conseguenze per l’Italia? Le ipotesi sono tante, ma manca di fatto la controprova e soprattutto precedenti di questo tipo. Il caso più simile e vicino nel tempo è quello dell’Argentina subito dopo la spirale inflazionistica nata dall’emissione dei cosiddetti titoli tossici. Innanzitutto, in Europa, per un gioco delle convenienze, si creerebbero delle diseguaglianze valutarie tra i Paesi più indebitati (come l’Italia, ma siamo in buona compagnia) e quelli ad economie forti. La forbice della svalutazione, di fatto, metterebbe fuori mercato interi settori industriali italiani, come l’industria pesante e alcuni servizi diffusi. La lira cercherebbe immediatamente il proprio reale punto di equilibrio, ma di prima di trovarlo si saranno persi altri posti di lavoro, provenienti da questi settori tagliati fuori. Il ritorno ad una lira svalutata poi, riporterebbe in auge il vecchio teorema dell’import – export. Sotto il primo aspetto, per le nostre tasche, ci sarebbe ben poco da sorriere. Infatti, nello scenario peggiore, ci sarà il raddoppio del prezzo di tutti i beni importati. Ad esempio, il carburante in ventiquattro ore passerebbe a quasi tre euro. Telefonini, automobili straniere, elettricità, gas dalla Libia, computer dalla Corea e Ipad raddoppierebbero il costo. Ci troveremmo a pagare il doppio i pezzi di ricambio delle auto straniere in garage. Su anche i prezzi degli alimentari, almeno quelli considerati di lusso. Dall’oggi al domani gli stipendi perderebbero potere di acquisto di un 30% almeno. Che, sommato al taglio di valore conseguito in seguito all’introduzione dell’euro, renderebbe salari e pensioni poco più che carta straccia. La svalutazione, quindi,  sarebbe una benedizione per lo Stato spendaccione ma una vera e sonora fregatura per tutti quegli italiani che hanno accumulato risparmi nel corso degli anni. Però dall’altra parte, quella delle esportazioni e la competitività dei mercati, i vantaggi sarebbero enormi. Infatti, almeno nei settori dove l’economia italiana potrebbe fare la parte del leone (artigianato, industria automobilistica, tessile, turismo ed agroalimentare in primis), la svalutazione della lira porterebbe una svalutazione del debito pubblico. Il quale, resterebbe sempre sul groppone degli italiani, ma senza le pressioni europee. Il che, come già successo in passato (per ben due volte negli anni ’80), ridarebbe un bel po’ di ossigeno al made in Italy in quanto, a parità di tecnologia, gli stipendi sono più bassi che nei Paesi leader del Vecchio Continente, abbassando di conseguenza il prezzo dei prodotti italiani sui mercati interno ed estero: nessuno più ad esempio acquisterebbe Bmw o altre auto tedesche. Mentre a Berlino si farebbe la fila per le Fiat e le Alfa. Per lo stesso discorso, tedeschi e scandinavi, torneranno a frotte sulle coste italiane e nelle città d’arte, spinti dal cambio favorevole. Più o meno, come succedeva fino a un paio d’anni fa nella nostra provincia con l’invasione degli inglesi, che acquistavano immobili perchè spinti dal cambio a loro (e ai venditori italiani) favorevole.

ITALIANI FURBI, MA ANCHE GLI ALTRI NON SON DA MENO

In realtà, il partito dei “nostalgici”, seppur crescente come consensi, appare ancora minoritario, e non solo in Italia. L’introduzione della moneta unica, e questo è un dato di fatto, ha creato uno scudo protettivo contro gli attacchi esterni e le tentazioni inflazionistiche. Senza contare poi, che l’euro ha messo il dollaro in un angolo, ponendosi come la vera moneta forte nello scenario internazionale, in quanto accettata per ogni tipo di transazione, petrolio e gas a parte. La crisi, si dice arriva da lontano. E una delle cause è datata 1 gennaio 2002, il giorno della verità, quell0 dell’introduzione del nuovo cambio bloccato 1 Euro=1.936,27 lire. Già di per sè quell’ancoraggio aveva creato mugugni, in quanto ritenuto ennesimo dazio feudale pagato verso il marco tedesco e il franco francese. Poi, ragionando nel linguaggio della massaia (ma ben presto anche il ceto medio-alto se n’è accorto), il potere d’acquisto degli stipendi è stato di fatto dimezzato dalla furberia degli italiani, ma non solo. Facciamo un esempio numerico: quanto costava un chilo di arance il 31 dicembre 2001? Le vecchie 2.000 lire. Quanto costava l’1 gennaio 2002? Ben due euro, ossia il doppio. E lo stesso è avvenuto per gli altri generi alimentari, per l’abbigliamento, i beni immobili e quelli di ampio consumo. Peccato però che, se il 31 dicembre 2001 un operaio qualificato riscuoteva 2 milioni delle vecchie lire, l’1 gennaio 2002 quell’introito diventava di 1.033 e rotti. Ossia, un cambio alla pari. Questa politica di prezzi, mai affrontata dai vari governi in carica (che, anzi, hanno cavalcato l’onda alleggerendo col carico fiscale le tasche degli italiani) ha di fatto eroso i risparmi delle famiglie, che si sono trovate in quella che per le aziende si chiama “disfunzione di cassa”: i soldi accumulati nel tempo, invece di essere usati per investimenti, servivano e servono tuttora per l’ordinario. Quindi, gratta e gratta, di depositi ne son rimasti ben pochi. Diminuendo il potere d’acquisto dei salari poi, le famiglie consumavano meno, o spendevano in maniera più oculata. Per cui, tante aziende, trovando sui mercati meno ricavi rispetto a quelli previsti, ed avendo in tal modo molte difficoltà di far fronte ai debiti a medio e lungo termine, hanno chiuso battente, strozzate non tanto dalla concorrenza, quanto da una deficienza di liquidità e da una pressione fiscale altissima e non contraccambiata da servizi pubblici adeguati al momento (infrastrutture bloccate e senza speranze di finanziamenti, sistema dei trasporti arcaico, politiche doganali non certo protezionistiche). Una spirale che ha ingenerato disoccupazione, ulteriore contrazione dei consumi e di conseguenza meno entrate per lo Stato derivanti dal gettito fiscale perchè aziende in perdita e famiglie in ginocchio hanno fatto il resto. A ciò si metta la crisi del mercato internazionale, avvenuta per gli stessi motivi e per le cosiddette “bolle finanziarie”, che ha bloccato i tassi di crescita a livelli da post conflitto bellico. E che hanno fatto i nostri governanti, con la collaborazione della grande finanza? Hanno accresciuto il debito pubblico, promettendo la restituzione di quanto versato senza prevedere se a tali esborsi fosse associato un gettito adeguato e costante, almeno a livello di entrate ordinarie. Negli altri Paesi europei che hanno adottato la nuova moneta, il meccanismo di adeguamento dei prezzi al nuovo cambio è stato meno traumatico, ma la leggerezza di alcune gestioni bancarie ha fatto il resto, leggi Francia, Gran Bretagna e Spagna. Resistono gli istituti di credito italiani, poco inclini al rischio per natura e tradizione e soprattutto oculati nella erogazione di prestiti e quantificazione dei tassi interesse a carico di chi chiede denaro. Il che dovrebbe far sorridere, se non fosse che, attualmente, per le aziende accedere al credito è quasi impossibile. Sia per i tassi debitori altissimi rispetto al passato, sia le garanzie richieste per la copertura dela concessione dei finanziamenti. Un blocco degli investimenti che danneggia chi vuol produrre e chi potrebbe comprare quei prodotti. A livello continentale, si confida molto nella Bce (Banca Centrale Europea), peraltro presieduta da Mario Draghi, ex governatore della Banca d’Italia in quanto è l’unico ente autorizzato a stampare carta moneta e soprattutto l’unica vera cassaforte in grado di acquisire il debito pubblico di molti Stati tramite l’acquisto dei titoli messi sotto scacco dagli speculatori, e trasformare i nostri Bot, Btp e affini esteri in nuovi Eurobond garantiti da Francoforte. Come dire: “avete voluto la moneta unica? Ora l’Unione Europea si carichi anche il debito unico”.  Ma la Germania, come sempre, nicchia, preferendo un più morbido ampliamento del plafond del “fondo salvastati”. Ossia, un aiuto sostanziale per rimettere in carreggiata l’economia di un Paese, a patto di risanare, ove necessario con lacrime e sangue, l’intero impianto dei servizi pubblici. Risultato? Basta varcare l’Adriatico, andando nella vicina Grecia… e non aggiungo altro. Quindi, ad oggi, la situazione è simile ad una bomba ad orologeria: l’euro sta rischiando di saltare per aria, confermando per la seconda volta dopo l’introduzione dello Sme (Sistema Monetario Europeo) del lontano 1979, il fatto che ogni tentativo di unificazione monetaria è destinato a cadere sotto i colpi dei vari problemi “locali” e di un incremento del debito pubblico che ha raggiunto dimensioni insostenibili. Però almeno, questa situazione, una conseguenza sociale l’ha avuta: aver risvegliato le coscienze sulla drammaticità del momento. L’italiano, per indole, è orgoglioso. Speriamo che ora, col fallimento alle porte, invece di intestardirsi a far la vita da ricco che non può permettersi, trovi lo scatto per ricominciare. Con o senza euro. Fino a tre anni fa, mass media e testimonianze “de visu” facevano sembrare l’Italia lontana anni luce dalle cosiddette “tigri europee”: Spagna, Irlanda e anche Polonia erano modelli da seguire a livello economico e di organizzazione del welfare. Ora, siamo tutti sulla stessa barca. Non è mal comune mezzo gaudio, ma solo lo stesso finale omologato e frutto di due diverse azioni parallele e infine convergenti: eccessivo avventurismo dei paesi emergenti ed eccessivo immobilismo del sistema Italia. Il risultato? Ai posteri l’ardua sentenza, che arriverà tra breve. Comunque sia, se in casa avete ancora banconote o monetine delle vecchie lire, non cambiatele agli sportelli della Banca d’Italia. Ci sta che tra qualche settimana tornino buone…

Nicola Bellanova

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: